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Studio Baratello Analisi di bilancio
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Lo Studio Baratello, è da molti anni, uno dei principali punti di riferimento, a livello locale e su scala regionale, per le aziende e le persone fisiche, interessate all'attività di consulenza tributaria, finanziaria, societaria, contrattuale e di analisi di bilancio.

14/08/2018

GOVERNO, ULTIMATUM A BCE: SCUDO ANTI SPREAD O EURO SARÀ SMANTELLATO

Inattesa invettiva su Twitter di Claudio Borghi della Lega alla Bce che chiede a Mario Draghi di mettere in piedi uno scudo anti Spread, altrimenti l’euro finirà per essere “smantellato”.
Il consulente economico del partito di governo, euroscettico alla testa della Commissione Bilancio alla Camera, sottolinea che non è soltanto lo Spread dell’Italia con la Germania che si sta ampliando, bensì anche quello di altre nazioni come la Spagna.
Borghi ha fatto capire che o la Bce offre una garanzia oppure l’euro sarà smantellato: non ci sono opzioni alternative.
“Vediamo se oggi cominciano ad accorgersi che salgono anche gli spread di Spagna e c. e che solo un fesso poteva pensare che con BCE inattiva potesse salire solo lo spread di un paese?”
“Io sono sereno come l’arcobaleno… ormai credo che il meccanismo sia innescato. O arriverà la garanzia Bce o si smantellerà tutto… Non vedo terze vie”.
Il fatto è che difficilmente la Bce può permettersi di offrire le garanzie di cui parla Borghi e dalle sale operative segnalano che l’uscita di Borghi rischia di mettere sotto pressione l’euro sui mercati finanziari.

14/08/2018

CINA, IL P2P LENDING PIÙ GRANDE DEL MONDO È IN CRISI

Alcune fra le maggiori società finanziarie di peer to peer lending cinesi hanno risentito di massicce vendite dall’inizio dell’anno: fra queste China Rapid Finance (-78%), Yirendai (-71%), PPDai (-44%), Hexindai (-27%). L’attività di questo settore si è espansa in primo luogo fornendo credito al consumo per le famiglie cinesi: i tassi d’interesse possono arrivare al 37%, ma non vengono richieste garanzie onerose come avviene nel sistema bancario canonico.
Come ricordato in un approfondimento dell’agenzia Reuters, la dimensione alla quale è arrivato il P2P lending cinese supera quella del resto del mondo messo assieme, con un volume di prestiti che ha raggiunto i 1.490 miliardi di yuan (217,96 miliardi di dollari). Il numero delle società attive in questi prestiti ad alto rischio, erogati a piccole imprese e famiglie, aveva toccato il picco nel 2015 a quota 3.500. Il governo aveva iniziato a stringere le maglie sul P2P lending portando alla luce la debolezza e i rischi insiti in queste società: il caso più eclatante fu quello della Ezubao, protagonista di una truffa secondo uno schema Ponzi da 7,6 miliardi di dollari.
A partire dallo scorso giugno sono 243 le piattaforme per i prestiti online che hanno chiuso i battenti, secondo quanto riferito da wdzi.com e Reuters. Era fissata a fine giugno la scadenza per l’adeguamento delle società P2P ai nuovi standard, che includono maggiore trasparenza da parte di questi attori non bancari.
“Molti fra questi hanno chiuso le proprie attività piuttosto che adeguarsi”, ha detto a Reuters Zane Wang, amministratore delegato del fornitore di microcredito online China Rapid Finance, “ciò ha causato il panico” con i investitori che hanno creato problemi di liquidità alle società P2P nel tentativo di ritirare i propri fondi. Questo processo secondo Wang permetterà di sfoltire il mercato favorendo le piattaforme più solide: “Una buona parte”, però, “potrebbero non essere in grado di farcela”.

14/08/2018

GOOGLE TRACCIA GLI SPOSTAMENTI ANCHE QUANDO CRONOLOGIA POSIZIONI È “OFF”

Disattivare la “cronologia delle posizioni” (o “location history”) di Google sarebbe pressoché inutile: l’account Google continuerebbe a registrare per vie traverse gli spostamenti dell’utente. E’ quanto rivela un approfondimento dell’agenzia Associated Press.
Nelle pagine di Supporto Google viene affermato che “si può disattivare la lation history in ogni momento” e che “quando è spenta, i posti dove vai non son son più immagazzinati”. Ma questo, “non è vero”, commenta l’Ap: “alcune app di Google memorizzano senza chiedere la localizzazione. Per esempio, Google memorizza il posto in cui ci si trova anche quando semplicemente si apre la app di Maps”. Ma le possibilità di essere tracciati sarebbero numerose.
“Se metti a disposizione degli utenti qualcosa chiamato ‘cronologia posizioni’, allora tutte funzioni che mantengono queste ultime dovrebbero essere disattivate”, ha detto lo scienziato informatico dell’università di Princeton, Johnathan Mayer, lamentando la scarsa trasparenza di questa funzionalità.
Un modo per chiudere davvero la porta alle localizzazioni, però, esiste. E’ necessario chiudere un’impostazione chiamata “web and app activity”, la quale di default raccoglie una varietà di informazioni dalle app dell’account Google. Quando tale funzione viene nuovamente riattivata, infatti, l’utente viene informato del fatto che essa “salva le cose che fai sui siti, le app e i servizi Google.. e le informazioni ad essi associate, come la posizione”. Il problema è che la ‘web and app activity’ è attiva come impostazione predefinita e bloccarla non disabilita solo il tracciamento sulla mappa ma anche tutte altre informazioni generate dalle ricerche e “ciò può limitare l’efficacia dell’assistente Google”.

14/08/2018

BANCHE TENTANO DI RISCATTARSI, MA MERCATI TEMONO SCURE AGENZIE RATING

Dopo la nuova impennata dello spread, che ieri ha superato i 280 punti base, il governo – con il vicempremier Luigi Di Maio in prima fila – sta tentando di rassicurare i mercati, confermando l’impegno per la stabilità delle finanze pubbliche e il percorso per la riduzione del rapporto tra debito e Pil. Lo fa sapere in una nota Palazzo Chigi, uscita in seguito a un vertice di governosulla prossima legge di bilancio. All’incontro erano presenti il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, i vice premier Matteo Salvini e Di Maio, nonché il ministro dell’Economia e delle Finanze Giovanni Tria.
Detto questo i mercati temono il giudizio sulla qualità del credito italiano delle agenzie di rating internazionale,. che dovrebbe arrivare dopo l’estate. Intanto sul mercati secondario, i Btp recuperano qualcosa sul Bund con il differenziale di rendimentie che si restringe rispetto ai valori di ieri. Le Borse europee provano la risalita, con le banche che recuperano terreno dopo le vendite di ieri alimentate in particolare dalla crisi della lira e del debito turchi. I guadagni sono di circa mezzo punto percentuale nei primi scambi.
LIVEBLOG IN CORSO: GLI AGGIORNAMENTI SONO AUTOMATICI
25 MINUTI FA
L’economia tedesca allunga il passo nel secondo trimestre del 2018: il Pil, secondo la stima preliminare dell’ufficio di statistica Destatis, si sarebbe espanso dello 0,5%, a fronte del +0,4% del trimestre precedente. Il dato sarebbe al di sopra delle attese degli economisti, che avevano intravisto un dato in linea con il trimestre precedente. L’aumento su base annua è stato del 2,3%.
L’indice dei prezzi al consumo ha superato il dato della stima preliminare, mettendo a segno un +0,3% a luglio (+2% su base annua, in linea con il dato del mese precedente).
L’inflazione armonizzata è, infine, aumentata dello 0,4% congiunturale, e del 2,1% su base annua.
25 MINUTI FA
Nonostante il periodo difficile per il mercato immobiliare americano, Home Depot ha chiuso il secondo trimestre con ricavi in ripresa e più alti delle attese per i suoi punti di vendita. La domanda di prodotti di stagione ha consentito al gruppo di ottenere un risultato convincente in un periodo difficile per il settore del mattone, in cui le vendite di nuove case monofamiliari sono calate negli Stati Uniti. A giugno il numero di case acquistate è sceso ai minimi di otto mesi e i dati del mese precedente sono stati rivisti decisamente al ribasso.
I titoli della catena di negozi di prodotti e attrezzature per la casa è in rialzo del 2,4% nel preborsa a quota 198,8 dollari. Il fatturato ha fatto meglio non soltanto delle stime, ma anche rispetto al primo trimestre, quando le condizioni meteo più rigide del previsto hanno influenzato negativamente la vendita di prodotti per la primavera. Le operazioni realizzate dai consumatori presso i rivenditori Home Depot sono cresciute del 3,1% nel secondo trimestre fiscale, che si è concluso il 29 luglio.
25 MINUTI FA
Con gli Usa in piena guerra commerciale con la Cina, i dati sui prezzi alle importazioni e alle esportazioni assumono una valenza particolarmente rilevante. I prezzi alle importazioni sono saliti più del previsto a luglio, balzando del 4,8% su base annuale, il rialzo più marcato da febbraio 2012.
Allo stesso tempo la crescita dei prezzi alle esportazioni ha subito un brusco rallentamento (da +5,3% su base annuale a +4,3%). Se contestualizzati escludendo il petrolio, tuttavia, i prezzi all’import sono scesi dello 0,1% su base mensile, facendo peggio delle aspettative di mercato che erano per un’espansione di altrettanta intensità. È il secondo calo mensile di fila.
I prezzi all’export in questo caso sono calati dello 0,5% dopo l’incremento dello 0,2% di giugno. Il principale fattore dietro alla frenata dei prezzi all’export è stato il valore delle esportazioni agricole Usa, che – complice la già citata disputa commerciale con la Cina – ha subito la contrazione più accentuata in più di sei anni di tempo.

14/08/2018

ARGENTINA E TURCHIA, APPROCCI DRASTICI MA OPPOSTI CONTRO LA CRISI VALUTARIA

Nel bel mezzo della crisi della lira turca la banca centrale dell’Argentina, alle prese con l’altra moneta più colpita dai mercati da inizio anno, il peso ha alzato a sorpresa i tassi di ben 5 punti al 45%. Il peso argentino ha ceduto oltre il 35% del suo valore sul dollaro da inizio anno, arco temporale nel quale la banca centrale era già intervenuta sui tassi altre tre volte. Al momento il peso cede il 2,32% sul dollaro a 0,03340.
Il Paese guidato dal presidente di ispirazione liberale Mauricio Macri si è finora comportato in modo assai diverso, e più convenzionale rispetto alla Turchia, di fronte alla svalutazione della sua moneta: il rialzo dei tassi d’interesse, una mossa che invita i capitali a fluire all’interno dell’economia. “La banca centrale argentina sta mostrando determinazione nel prevenire un peggioramento della svalutazione e dell’inflazione”, ha commentato il capo della ricerca sull’America latina di Goldman Sachs, Alberto Ramos.
La Turchia, al contrario, di fronte alla crisi valutaria ha optato per mantenere i tassi di riferimento fermi ai livelli del 7 giugno, al 17,75%, nonostante la fuga dagli asset nazionali che ha affossato la lira soprattutto negli ultimi due mesi. Solo nel periodo compreso dall’ultimo rialzo dei tassi ad oggi la lira ha perso circa il 32% del valore sul dollaro. Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, la cui influenza di fatto si estende anche sulla politica monetaria, è manifestamente contrario al rialzo del costo del denaro, che comporterebbe un inasprimento delle condizioni del credito per famiglie e imprese. Il tasso d’inflazione, tuttavia, ha raggiunto il 15%. Il 13 agosto la banca centrale turca ha annunciato alcune misure di sostegno finanziario che dovrebbero incrementare la liquidità dei mercati valutari, attingendo dalle riserve di dollari, oro e lire.

14/08/2018

STUDIO: AIUTARE MIGRANTI “A CASA LORO” INCENTIVA PARTENZE

La logica di chi vorrebbe contrastare l’emigrazione dai Paesi poveri segue spesso questo percorso: se chi decide di rischiare la vita per fuggire dall’indigenza ricevesse aiuti economici nel suo Paese sarebbe meno motivato a partire verso un’economia ad elevato reddito. Il proposito di “aiutare i migranti a casa loro”, spesso citato dalla politica di area conservatrice, si poggia proprio su questo assunto. Tuttavia, un recente studiomette in dubbio l’efficacia degli aiuti economici nel contrasto alla migrazioni: al contrario, aumentare il livelli di reddito può rivelarsi un incentivo a partire, in quanto un maggior numero di persone, dopo il sostegno estero, avrebbero accesso alle risorse economiche necessarie per affrontare le spese del viaggio. E’ quanto si legge nel policy paper firmato dall’economista dello sviluppo Michael Andrew Clemens, research fellow presso l’Insititute of Labor Economics.
“Le evidenze suggeriscono che la capacità degli aiuti economici nello scoraggiare la migrazione è minima, nel migliore dei casi”, si legge sin dall’abstract dello studio, “gli aiuti possono solo incoraggiare la crescita economica, l’occupazione e la sicurezza a un livello limitato. Oltre a questo, lo sviluppo in quasi tutti i Paesi in precedenza poveri ha prodotto un aumento dell’emigrazione”.
Più avanti nella discussione il punto viene ulteriormente chiarito: “Le più elementari
teorie economiche della migrazione implicano che maggiori opportunità economiche a casa ridurranno l’incentivo e quindi la tendenza ad emigrare, a parità delle altre condizioni (Sjaastad 1962). Ma le condizioni non restano uguali. Con il procedere dello sviluppo, il capitale umano si accumula, le connessioni alle reti internazionali aumentano, aumentano le aspirazioni e si riducono i limiti di credito. Tutti questi cambiamenti tendono ad aumentare l’emigrazione”.
Secondo vari studi citati all’interno del paper l’incremento nel reddito pro capite inizia a ridurre la propensione alle partenze solo a partire dagli 8-10mila dollari PPP: il quintile più povero dei Paesi arriverebbe a questa soglia solo nel 2198 se venisse confermato il trend degli ultimi 24 anni. Se gli aiuti esteri fossero in grado di incrementare tale crescita di un punto percentuale ogni anno la soglia verrebbe raggiunta nel 2097.
Che gli aiuti stranieri possano raggiungere effettivamente questo obiettivo “è lontano dall’essere assodato”, prosegue Clemens. In ogni caso, sarebbero necessari aiuti talmente onerosi da risultare probabilmente impopolari nei Paesi che intendono, con tale misura a lungo termine, scoraggiare l’immigrazione.

14/08/2018

TURCHIA, MOBIUS: C’È RISCHIO REALE DI CONTROLLI SUI CAPITALI

Dopo l’intervento della banca centrale turca ieri, la lira ha ridotto le perdite negli scambi europei, ed è rientrato momentameamente il pericolo che nel paese in crisi vengano imposti controlli di capitale.
Tuttavia, tuttora c’è “la possibilità reale” che in Turchia vengano introdotti controlli sui movimenti dei capitali. Questo è per lo meno il parere del noto guru dei mercati emergenti Mark Mobius, ex di Franklin Templeton Investments.
Il controllo sui capitali impedirebbe agli investitori esteri di recuperare, in via temporanea, i propri investimenti nel Paese: si tratterebbe di una misura d’emergenza per evitare che la crisi valutaria possa aggravarsi ulteriormente.
Allo stesso tempo, ha dichiarato sempre Mobius a Bloomberg, “se la Turchia fosse costretta a chiudere la finestra degli scambi con l’estero, in modo tale che gli investitori stranieri non passano uscire, sarebbe un brutto, brutto esempio per gli altri mercati emergenti”.
“Come sapete in passato, durante le crisi asiatiche la Malaysia l’ha fatto ed è stata una pessima notizia”, ha aggiunto Mobius.
L’istituto centrale turco ha annunciato una serie di nuove misure d’emergenza che dovrebbero incrementare la liquidità dei mercati valutari in piena crisi. La banca centrale andrà ad attingere dalle sue riserve valutarie per comprare lire o vendere oro. Così facendo sono state evitate le file agli sportelli bancari.
Allo stesso tempo la banca centrale non ha avuto il coraggio di alzare i tassi di interesse, una strategia che rischia di rivelarsi controproducente sul breve. La banca centrale è intervenuta promettendo che fornirà “tutta la liquidità necessaria alle banche” nella gestione della lira turca e – tra le alte cose – tornerà ad assumere il ruolo di intermediario come mercato di deposito dei tassi di cambio.
La banca centrale fornirà liquidità al sistema finanziario nell’ordine di 10 miliardi di lire turche, sei miliardi di dollari Usa e oro per un valore pari a 3 miliardi di dollari, ma la misura potrebbe non essere sufficiente a scoraggiare le speculazioni.
“Rialzando il costo del denaro in maniera consistente, si stroncherebbe la speculazione”, osserva Giovanni Cuniberti, Responsabile Consulenza finanziaria di Gamma Capital Markets. Infatti, se mantenere una posizione corta sulla lira turca costasse l’1% al giorno (all’incirca il 500% su base annua), si stroncherebbe la speculazione più agguerrita.
Per alimentare la crescita economica, le politiche economiche di Erdogan e quelle monetarie sono state improntate agli eccessi dei finanziamenti, in un contesto di denaro facile che ha alimentato investimenti e indebitamento dei privati. Dopo che si è aperta la crisi diplomatica con gli Usa che ha portato a sanzioni e dazi da parte di Donald Trump, l’economia sta pagando le conseguenze di una crisi valutaria senza precedenti in Turchia.

14/08/2018

ANALISI CONTROFATTUALE. TRINGALI: “ECCO I COSTI DELL’EURO”

Euro si, euro no. Argomento particolarmente di moda e, quindi, discusso.
Sempre più sulla bocca di tutti si stanno avvicendando conversazioni e domande in merito alla convenienza o meno della moneta unica. In molti ancora dicono di non essere abbastanza preparati in materia per poter rispondere; altrettanti dicono di rispondere a pelle, senza però saper dimostrare in maniera concreta la loro idea sulla questione.
Ad ogni modo, la preoccupazione principale sembra essere quella legata ai timori di una iperinflazione, ad un default in caso di uscita dall’euro con una moneta nazionale svalutata (sondaggi effettuati su twitter).
Al contrario, poi, c’è chi sostiene che lasciando l’eurozona l’Italia tornerebbe a correre, proprio come faceva in passato quando era la quarta economia mondiale.
Un punto portato alla luce da alcuni noti economisti, come ad esempio Alberto Bagnai, è che spesso nelle considerazioni generali si parli di rischi legati all’uscita dalla moneta unica senza però pensare ad un’analisi controfattuale.
L’analisi controfattuale starebbe ad indicare i costi dovuti invece alla permanenza nell’euro. Sempre Bagnai, ritiene ad esempio che “lo stillicidio dello spread altro non è che un pagamento anticipato per il costo che gli investitori dovrebbero sostenere se l’euro si sfaldasse.” (“La trappola dell’euro – La crisi, le cause, le conseguenze, la via d’uscita”, Badiale & Tringali, pag.11).
In sintesi, l’Italia starebbe già pagando il suo biglietto di uscita dall’euro, ma lo starebbe pagando per rimanere intrappolata. Nella sua lunghezza d’onda troviamo altri noti economisti ed esperti.
Più nel dettaglio, ne abbiamo parlato con il Dott. Tringali, scienziato politico ed autore del saggio “La trappola dell’euro”, scritto assieme al prof. Badiale, ordinario di Matematica presso l’Università degli Studi di Torino.
“Il punto fondamentale è che, all’interno dell’eurozona, gli squilibri fra le economie nazionali non possono essere corretti a meno che i Paesi in surplus non accettino di compensare quelli in deficit. Questo probabilmente succederà, almeno in parte, ma solo quando gli stessi Paesi in surplus avranno certezza di poter decidere le politiche interne dei Paesi in deficit.
Si tratta di questioni note, di cui economisti autorevoli parlano apertamente. Nel suo recente saggio, Mervyn King, governatore della Banca d’Inghilterra dal 2003 al 2013 afferma che l’euro può restare in piedi solo al prezzo di un ulteriore impoverimento dei Paesi del Sud Europa, purché la Germania lasci salire l’inflazione al suo interno; oppure tramite trasferimenti diretti dai Paesi in surplus a quelli in deficit, ma in tal caso, i primi imporrebbero condizioni durissime ai secondi.
King afferma in modo netto che “La tragedia dell’Unione monetaria europea, dato il grado di impegno politico dei leader europei, non sta nella possibilità che tale unione finisca, ma che vada avanti, portando stagnazione economica nell’area valutaria più grande del mondo e ritardando così la ripresa dell’economia mondiale” [M. King “La fine dell’alchimia” Il Saggiatore 2016 pag. 223].
Ecco dunque il prezzo da pagare per la permanenza nell’euro: il perdurare della crisi, senza che si trovi una via d’uscita, oppure la perdita totale della sovranità con il conseguente vassallaggio verso i Paesi forti del Nord Europa.”
Già nel 1991 Praussello e Marenco, nei loro lavori inerenti allo SME (ovvero l’antenato dell’euro), dissero che i Paesi diversi dalla Germania oltre agli eventuali benefici dovevano valutare i costi dell’appartenenza allo SME in termini di produzione e di occupazione minori di quelli potenziali.
In conclusione, la volontà è quella di far notare che il rischio legato ad un’eventuale uscita dalla moneta unica, deve essere valutato al netto dei costi che invece comporta la permanenza nella stessa.

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Comments

certo che gabbia da essere proprio mi, a ricordar che l'Italia ha scalato posizioni nell'attrattività degli investimenti esteri, al posto tuo vol dir che no ghe xè più reiggggion!!! buon lavoro Maurizio!!!!
Trovo anche lavoro oltre a farti pubblicità?